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«Parliamone»: l’antitesi di un concetto


Leggo e riporto testualmente quanto è scritto, ma non firmato, sul periodico «Parliamone» n. 54/55, alle pagine 6-7: «Dagli anni ’70 i bambini affetti da sordità profonda, se tempestivamente protesizzati e ri-abilitati al linguaggio verbale, hanno potuto acquisire una sufficiente, se non buona, competenza della lingua italiana orale e scritta e imparare a comprendere il parlato con l’aiuto della lettura labiale. La maggior parte di loro ha acquisito competenza sufficiente a svolgere autonomamente pratiche burocratiche agli sportelli della Pubblica Amministrazione, ad andare dal medico o in ospedale, a frequentare corsi universitari, a lavorare ed  avere una vita sociale soddisfacente e autonoma…», però quei bellissimi esemplari hanno bisogno, nel caso dovessero partecipare a riunioni di gruppo, tipo assemblee di condominio, che ci si rivolga direttamente a loro per consentire la lettura labiale.
Il seguito di quanto espone l’anonimo superficiale storiografo, è un guazzabuglio di pastrocchi che risalgono al Congresso Internazionale degli educatori dei sordi, del 1880, ma dopo 130 anni da allora, i sordi sono ora protagonisti della loro vita, non la delegano a chi crede di sapere, ma non  sa che la sordità comporta un diverso approccio con la comunicazione diretta.
Avendo io vissuto direttamente  gli Anni 70, rammentati per sentito dire dall’anonimo di cui sopra, ho a quel proposito un’opinione più approfondita di quella descritta sul periodico dell’Associazione Lombarda Famiglie Audiolesi, ma non si può descriverla con un generico epitome come esposto su «Parliamone» senza confabulare..
In quell’eloquio, convengo solo sul fatto che la diagnosi precoce della sordità sia migliorata e possa essere un ausilio in più per una migliore competenza linguistica. Ma come raggiungere quell’obiettivo? Un metodo efficace è quello che s’usa all’Istituto dei Sordi di Torino dove,  come sostenuto il dott. Enrico Dolza, responsabile dei corsi di formazione per insegnanti presso lo stesso Istituto, e riportato dallo stesso giornale (pag 11-12) nella cronaca del seminario «Sordità a scuola», promosso dall’ENS il 13 dicembre 2008 a Milano, «… l’insegnamento deve essere bilingue fino alla scuola superiore, e i bambini udenti seguono dei laboratori di LIS per poter condividere il linguaggio degli alunni sordi». La sordità, all’interno dell’Istituto torinese, è presentata come un valore positivo, in quel Centro ci sono logopediste per l’acquisizione del linguaggio verbale. La LIS viene proposta e insegnata pure agli alunni udenti.. Nella scuola dell’infanzia, in quel Centro, operano educatori sordi per poter mostrare ai bambini un modello di sordo adulto. I bambini, così, imparano a usare il mezzo di comunicazione, verbale o gestuale, a seconda dell’interlocutore.
Non riesco a capacitarmi, dopo aver letto quella cronaca, realistica e positiva, per quale ragione, in un altro punto dello stesso giornale, quello non firmato, si legge che «… uno degli obiettivi – di chi e per cosa? – è quello di favorire, migliorare ed intensificare l’oralismo dei nostri  figli per renderli autonomi…».  E’ deformante cosa possa sottintendere quel termine, «autonomo», visto  che a quasi 40 anni dagli anni 70 evocati dall’articolista, a parlare sono ancora i genitori e mai i figli con concetti loro. Emy Bonadonna, dirigente di ALFA, «…ha ascoltato con grande interesse i diversi interventi, di cui è stato moderatore Salvatore Triolo, che ha condotto il seminario con molto equilibrio, sempre rispettoso delle diverse opinioni…». Vorrei fare presente a Bonadonna  che il moderatore di quel Convegno, sordo e figlio di sordi, è bilingue, ma senza la padronanza della LIS, di cui è professionista, non sarebbe riuscito a raggiungere l’ammirevole statura culturale che la stessa Bonadonna ha finalmente potuto ammirare.

Marco Luè


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